Questa settimana con i miei allievi dell’intermedio sto affrontando uno degli argomenti più belli e spinosi di tutti i miei corsi: il dialogo.
Non posso negare che sia il mio argomento preferito di tutti e tre i livelli. Sarà perché la prima cosa che ho scritto era una sceneggiatura per uno spettacolo di burattini, in seconda media, o perché mi piace chiacchierare fino a notte fonda dei massimi sistemi, non lo so.
Però, un libro con dei dialoghi scadenti posso anche abbandonarlo: faccio davvero fatica a leggere personaggi che dicono “È inaccettabile, non pensavo che saresti arrivato a tanto, Giulio” disse con tono arrabbiato Matteo, invece di un più naturale “Bravo, complimenti, facciamo tutti un applauso alla stronzaggine di Giulio” urlò Matteo agitando le braccia in aria.
Può non piacere, certo, ma quando parliamo nella realtà, non ragioniamo, siamo sopraffatti dall’irrazionalità, dal poco calcolo e dal poco pensiero, a meno che non siate freddi sociopatici, ovvio.
Proprio dalla parte emotiva che nasce il problema di un pessimo dialogo.
Per scrivere buoni dialoghi bisogna entrare nei personaggi (anche in tre diversi contemporaneamente) e sentire la loro emotività, il loro modo di parlare, i loro non detti.
Paradossalmente, i dialoghi sono fatti più di non detti, che di informazioni esplicite, tanto che quando quest’ultime lo sono troppo, si rischia l’INFODUMP (cioè quando spieghiamo al lettore quello che dovrebbe venir fuori nella scena in modo indiretto, attraverso gesti, movimenti, frasi, tentennamenti).
Ma se pensate che i vostri dialoghi proprio non funzionino, provate alcuni piccoli accorgimenti che vi lascerò alla fine e, nel frattempo, consolatevi: siete in buona, in buonissima compagnia. Mi capita di leggere dialoghi poco credibili, freddi e pieni di informazioni superflue anche in autori affermati (soprattutto del passato, devo dire) che magari sono abilissimi narratori e grandi filosofi ma alla fine si sente che la voce manca.
Non dobbiamo però confonderci con i dialoghi costruiti appositamente in modo innaturale. Quando c’è una scelta stilistica chiara e forte, voluta, anche il dialogo più assurdo diventa credibile.
Quando è poco credibile in modo inconsapevole è un inciampo.
Se prendiamo due autori dello stesso genere, possiamo accorgerci di come i dialoghi possano essere diversissimi, poco naturali ma efficaci.
Ad esempio Dan Brown e Umberto Eco.
Entrambi hanno scritto thriller*, ma solo accostare questi due nomi a molti snob** sembra una bestemmia.
Dan Brown è un autore commerciale, Eco è un autore letterario, ok, ma sapete dove si sente -e tanto di più- questa differenza?
Sì, esatto, nei dialoghi.
Brown spinge i suoi personaggi al limite dell’”as-you-know-Bob”, cioè dei personaggi che si dicono cose che entrambi già sanno, oppure parlano di quello che sta succedendo o succederà solo per informare il lettore. Parlano sempre in funzione della trama, mai in funzione di sé stessi, le loro parole non rivelano chi sono, ma solo dove va la storia. Se pensate che fare questo sia un errore, o che sia facile, forse non avete mai provato a scrivere dialoghi del genere per più di dieci pagine.
Dall’altra parte troviamo Umberto Eco, che usa il dialogo come fosse un trattato filosofico. Nel Nome della rosa ci sono lunghi dialoghi che in realtà sono vere e proprie dissertazioni. I personaggi non si interrompono, non si contraddicono davvero, non reagiscono emotivamente. In alcuni passaggi la trama si perde in digressioni teologiche che sembrano uscite da un libro segreto.
Anche qui, stessa cosa: è artificioso?
È poco credibile? Bene, provate a farlo così, e in modo coerente e originale per una decina di pagine.
Questi sono esempi che ci dicono che al di là delle scelte stilistiche, il dialogo non sempre vuole essere credibile, ma può essere utilizzato come tecnica stilistica memorabile.
In tutti gli altri casi, dobbiamo provare a renderlo credibile.
Ok, e come faccio? Non è facile!
Lo so, ma già capire com’è fatto e a cosa serve può aiutare, e poi voglio darvi alcuni suggerimenti per iniziare a testare i vostri dialoghi.
1. Pensate a qualcuno.
Entrate nel personaggio senza caricaturarlo e senza esagerare nelle espressioni e nei gesti, pensatelo come se fosse qualcuno di vostra conoscenza e provate a ricalcarne i gesti, l’inflessione, il modo di parlare, tutto.
Dovete diventare il suo imitatore ufficiale.
Non è importante che sia una persona interessante o fuori dalle righe, può essere anche una persona normalissima, ma voi dovete diventare lui/lei/loro.
2. Non dite tutto.
Nella nostra vita, anche quando siamo messi alle strette, non diciamo mai tutto, tutto. Ci manteniamo sempre qualcosa e spesso facciamo fatica a dire quello che pensiamo. Proviamo ad applicarlo ai nostri personaggi.
CONTINUA…
*Sì, tecnicamente “Il nome della rosa” lo è, poi se pensiamo che dietro ci sia molto di più, che sia anche alto esercizio culturale ok, una riflessione sull’uomo e sulla condizione, la direzione escatologica della fede, ok, ma a livello narrativo utilizza schemi e strutture tipiche del thriller.
**Non siate snob, si può imparare qualcosa dal libro delle ricette del vincitore di Masterchef come da La Recherche. Leggiamo di tutto, e tutto allo stesso modo, dai!


